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  • @uriel @informatica

    Da google ai mode

    Il massiccio leak di email dell’AfD descritto nel video potrebbe teoricamente fornire prove utili per una messa al bando, ma l’effettivo valore legale del materiale dipenderà da rigorosi criteri di autenticità, rilevanza e sistematicità. (4:55)
    Il video di DW News evidenzia che la fuga di dati coinvolge oltre 421.000 email. Tra queste, circa 600 farebbero riferimento a potenziali attività o dichiarazioni di rilevanza penale (1:44), e circa 10.000 a gravi condotte illecite (1:44), tra cui l’uso di ideologia nazista, messaggi antisemiti e battute razziste sui rifugiati (0:52).
    Affinché queste informazioni si trasformino in prove schiaccianti davanti alla Corte Costituzionale Federale tedesca per decretare l’illegalità del partito, devono essere superati diversi e complessi nodi legali e politici:

    1. Il nodo della verifica e dell’autenticità

    Come sottolineato dal corrispondente politico, al momento della diffusione il materiale non è ancora stato verificato in modo indipendente (2:14). L’AfD sostiene che molte comunicazioni siano state travisate o decontestualizzate (2:20). Per essere ammesse in un eventuale processo costituzionale, le autorità inquirenti o l’intelligence interna (Verfassungsschutz) dovranno autenticare digitalmente ogni singola email per dimostrare che non sia stata manipolata o fabbricata dagli hacker.

    1. Singoli estremisti contro la linea ufficiale del partito

    La legge tedesca richiede di dimostrare che sia l’intero partito, in modo strutturato e attivo, a voler sovvertire l’ordinamento democratico.
    • Il problema della capillarità: Esempi isolati come l’invio di un biglietto d’auguri con svastiche da parte di un singolo membro (2:04) potrebbero non bastare.
    • La difesa dell’AfD: Il leak sembra contenere anche comunicazioni in cui la dirigenza del partito tentava di “isolare” ed eliminare le posizioni più radicali e inaccettabili dai propri ranghi (2:28). L’AfD utilizzerà con ogni probabilità queste email per difendersi, sostenendo che le derive estremiste non riflettono la linea ufficiale del movimento (2:28).

    1. L’impatto sul dibattito politico

    Se da un lato la gravità dei contenuti emersi rinvigorisce la posizione di quei politici e giuristi che chiedono a gran voce l’interdizione dell’AfD (4:48), dall’altro il partito cercherà di capitalizzare politicamente l’accaduto (4:19). La linea difensiva punterà a presentare il leak come un attacco informatico illegale e un tentativo orchestrato dagli avversari politici per infangare i successi elettorali del partito attraverso le uscite infelici di pochi elementi (3:20).
    In sintesi, il leak rappresenta un danno d’immagine enorme per l’AfD (3:29) e offre una potenziale miniera d’oro investigativa (4:04), ma la strada per trasformare queste email in una prova legale sufficiente a bandire il partito resta eccezionalmente complessa e dall’esito tutt’altro che scontato.

    https://youtu.be/mS3nanKsZb0?is=2oL99ysVblr1hkg-




















  • @elettrona @politica
    Mi hai ricordato certe vecchie trame di film anche famosi, io ricordavo solo Mustang e Il giardino delle vergini suicide . Ho fatto una ricerca e guarda ne ho trovati diversi.

    Esistono registi che hanno utilizzato la finestra e la persiana come metafora visiva della reclusione patriarcale, sociale o culturale delle donne.
    Per queste protagoniste, la finestra rappresenta l’unico confine invalicabile tra un’esistenza domestica asfittica e un mondo esterno a cui non è loro permesso partecipare.

    Ecco i registi e le opere più significativi che hanno trattato questo aspetto:

    1. [Jafar Panahi], Il Cerchio

    Il regista iraniano Jafar Panahi ha fatto della restrizione della libertà femminile il fulcro del suo cinema militante.

    • In Il cerchio(https://www.mymovies.it/film/2000/ilcerchio/), le protagoniste sono donne che cercano di sfuggire a varie forme di controllo statale e patriarcale. Le inquadrature dietro fessure, vetrate o con il velo (chador) parzialmente tirato sul viso per nascondersi mentre spiano la strada descrivono visivamente l’Iran come una prigione a cielo aperto.
    • La finestra o la grata diventano lo schermo attraverso cui guardare una società che rifiuta la loro presenza autonoma.
    1. [Chantal Akerman] – Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975)

    La regista belga Chantal Akerman ha firmato uno dei capolavori assoluti del cinema femminista. Il film mostra la routine alienante e millimetrica di una casalinga vedova all’interno del suo appartamento.
    In quest’opera, la luce della finestra e l’atto di guardare fuori simboleggiano la reclusione domestica: la casa non è un rifugio sicuro, ma lo spazio in cui la società ha confinato la donna, riducendola a un fantasma invisibile che può solo osservare il movimento della vita altrui che scorre giù in strada.

    1. [Céline Sciamma]– Ritratto della giovane in fiamme (2019)

    La regista francese Céline Sciamma affronta la questione in chiave storica (il film è ambientato nel Settecento). La protagonista, Héloïse, è una giovane aristocratica appena uscita dal convento e destinata a un matrimonio combinato che non desidera.
    Sciamma filma la costrizione di Héloïse attraverso lo sguardo ravvicinato: la ragazza è confinata all’interno di una grande magione isolata sulla costa bretone. Prima di incontrare la pittrice Marianne, il suo unico modo di relazionarsi con l’idea di libertà è guardare l’orizzonte o la natura dalle finestre della villa, evidenziando come le donne dell’epoca fossero proprietà sociali private, private del diritto di mostrarsi ed esistere nello spazio pubblico senza un uomo.

    1. [Deniz Gamze Ergüven]– Mustang (2015)

    In questo potente film della regista turca Deniz Gamze Ergüven, cinque sorelle orfane che vivono in un villaggio della Turchia settentrionale vengono progressivamente recluse in casa dai parenti maschi, che considerano la loro vivacità adolescenziale uno scandalo.
    La casa di famiglia si trasforma letteralmente in una “fabbrica di mogli”. Il film è ricchissimo di inquadrature in cui le ragazze spiano il mondo esterno, i ragazzi e la libertà da dietro le inferriate o le finestre sbarrate. La telecamera della Ergüven cattura la transizione drammatica da una vita libera a una condizione in cui la finestra diventa l’unico mezzo rimasto per respirare il mondo.

    1. Sofia Coppola – Il giardino delle vergini suicide (1999)

    Sofia Coppola mette in scena la reclusione adolescenziale nella provincia americana degli anni '70. Cinque sorelle vengono segregate in casa dai genitori iperprotettivi e religiosi.
    La regista insiste costantemente sul contrasto visivo: i ragazzi del quartiere le osservano da fuori, mentre loro sbirciano da dietro le tende candide delle finestre, lasciando intravedere solo frammenti dei loro volti. In questo caso, curiosare dalla finestra diventa un atto di resistenza disperato e romantico contro una reclusione che nega la loro individualità e la loro crescita.







  • @politica #gazagenocide #israelterroriststate #regnounito

    Ciò che emerge dalle parole del colonnello è la cinica applicazione della dottrina militare di uno Stato abituato a commettere crimini di guerra.
    ​Non serve che tu sia un combattente; basta la tua prossimità a un presunto tale.
    Una borsa vista da un drone diventa automaticamente un’arma; la presenza di una guardia locale armata per difendere il cibo dai saccheggiatori trasforma l’intero convoglio umanitario in un’unità nemica.
    In questa logica, come ha dichiarato lo stesso Mendel, la neutralità non esiste più: chiunque “si mescoli” con il nemico perde il diritto di essere considerato innocente. La cautela viene azzerata a favore della letalità immediata.
    Quando l’IDF conclude la propria indagine interna affermando che la decisione non presenta “ragionevoli sospetti di condotta criminale”, la freddezza del singolo ufficiale diventa la freddezza di un intero sistema istituzionale che auto-assolve i propri errori operativi come inevitabili “effetti collaterali”.
    Morale: chiunque aiuti o difenda il popolo palestinese deve morire.

    FONTI

    1. Garden Court North’s Chamber: “Pre-inquest hearing begins into deaths of three British aid workers killed by Israel Defense Forces in Gaza” (22/09/2026)
    2. Declassified Uk: “Israel killed three UK citizens. Now their families want answers” (21/09/2026)
    3. The Guardian: “Death on the road to Rafah: the night the IDF targeted World Central Kitchen aid workers” (05/09/2026)
    4. Al-Haq Defending Human Rights: “Deadly Attack on World Central Kitchen Team Exemplifies Israel’s Policy of Targeting Humanitarian Relief Operations in Gaza Amid the Ongoing Genocide” (08/04/2024)
    5. The Guardian: “British peace activist was ‘intentionally killed’” (10/04/2006)
    6. Al Jazeera: “Gaza activist’s killing was murder” (10/04/2006)

    Fine





  • @esilvia @news

    È quella che ha goduto della maggiore visibilità, ma io che ero nel movimento delle donne e tra le femministe degli anni 70 ricordo donne ben più toste e ben più “radicali” di Bonino, come, una tra le tante, Carla Lonzi di "Sputiamo su Hegel, fondatrice a Roma di Rivolta Femminile, o le femministe dei Collettivi di Pompeo Magno, di Pomponazzi, del Governo Vecchio, che insieme contribuirono a creare le basi per la nascita della prima vera Casa delle Donne a Roma.

    Ma queste non godeterro della visibilità mediatica di Bonino…chissà come mai 😉

    Se vuoi saperne di più ti copio intanto questo da google

    Collettivo di via Pompeo Magno

    Alma Sabatini: Storica linguista e saggista. Fu tra le primissime ad abbandonare il Movimento di Liberazione della Donna (MLD) per fondare il nucleo separatista di via Pompeo Magno. Più tardi divenne celebre per i suoi studi rivoluzionari sul sessismo nella lingua italiana.
    Daniela Colombo: Attivista ed economista, partecipò insieme ad Alma Sabatini
    alla scissione iniziale che diede vita al collettivo di via Pompeo Magno. Negli anni successivi si dedicò intensamente ai temi del lavoro e della cooperazione internazionale delle donne.
    Rina Macrelli (Caterina Macrelli): Sceneggiatrice, saggista e traduttrice. È stata una delle colonne teoriche più attive all’interno del Pompeo Magno, in particolare per lo sviluppo della riflessione sull’autonomia lesbica e sul lesbofemminismo in Italia.
    Julienne Travers: Intellettuale e attivista molto presente nel dibattito politico del gruppo, nota per i suoi interventi sulla stampa dell’epoca (come sul quotidiano Il Manifesto) dedicati a temi cruciali quali la violenza sessuale e la critica alle istituzioni patriarcali.

    Il nucleo del “Collettivo femminista cinema”

    Nato direttamente da un gruppo di autocoscienza interno a via Pompeo Magno, questo nucleo vedeva tra le più attive:

    Annabella Miscuglio: Regista, documentarista e figura cardine della cultura femminista romana (aveva già co-fondato lo storico Filmstudio). Firmò documentari militanti fondamentali come L’aggettivo donna (1971) e la regia del famosissimo Processo per stupro (1979).
    Rony Daopoulo: Regista e attivista che, insieme a Miscuglio e ad altre compagne (tra cui Paola Baroncini e Clelia Boesi), realizzò i primi film collettivi che documentavano le piazze e le istanze del movimento.

    Figure simbolo e attiviste per i diritti LGBTQ+

    Mariasilvia Spolato : Insegnante di matematica e attivista legata alle vicende del collettivo. L’8 marzo 1972, proprio sfilando a Roma insieme alle femministe di via Pompeo Magno, fece il primo coming out pubblico di una donna lesbica in Italia, tenendo in mano un cartello con la scritta “Liberazione omosessuale”. Per questo gesto coraggioso subì pesanti persecuzioni personali e lavorative.
    I materiali prodotti da queste e moltissime altre attiviste rimaste anonime sono oggi conservati presso l’archivio Archivia a Roma, che custodisce i bollettini storici, le locandine delle performance dell’8 marzo e i testi teorici del collettivo.

    E questa è solo una minima parte del movimento femminista.

    👋 ♀️


  • @Tiberio @politica
    Comunque per essere precisi

    Negli ultimi 20 anni, il centrosinistra ha governato complessivamente per circa 8 anni e mezzo (per l’esattezza 3.109 giorni), distribuiti tra i cinque esecutivi indicati.

    Il dettaglio della durata dei singoli esecutivi evidenzia la ripartizione temporale del loro mandato:
    Governo Renzi: 2 anni e quasi 10 mesi (1.024 giorni)
    Governo Prodi II: 1 anno e quasi 12 mesi (722 giorni)
    Governo Gentiloni: 1 anno e 5 mesi (536 giorni)
    Governo Conte II: 1 anno e 5 mesi (527 giorni)
    Governo Letta: circa 10 mesi (300 giorni)

    Il restante tempo del ventennio è stato coperto da coalizioni di centrodestra o da governi tecnici/di unità nazionale

    Allargando lo sguardo agli ultimi 30 anni (dal 1996 a oggi, 2026), i governi a guida o a trazione di centrosinistra in Italia non sono più cinque, ma diventano nove.
    A cavallo tra la fine degli anni '90 e l’inizio dei duemila, si aggiunge infatti l’intera stagione dell’Ulivo.
    Ecco l’elenco completo di tutti i governi di centrosinistra negli ultimi 30 anni, in ordine cronologico:

    • Governo Prodi I (1996-1998): Il primo storico governo guidato da Romano Prodi, sostenuto dalla coalizione dell’Ulivo.
    • Governo D’Alema I (1998-1999): Guidato da Massimo D’Alema, sostenuto dall’Ulivo, dai Comunisti Italiani (PDCI) e dall’UDR.
    • Governo D’Alema II (1999-2000): Nato da un rimpasto politico del precedente esecutivo.
    • Governo Amato II (2000-2001): Esecutivo di fine legislatura guidato da Giuliano Amato con il sostegno dell’Ulivo e dei suoi alleati.
    • Governo Prodi II (2006-2008): Guidato nuovamente da Romano Prodi, espressione della coalizione dell’Unione.
    • Governo Letta (2013-2014): Esecutivo di larghe intese guidato da Enrico Letta, con la partecipazione del Partito Democratico.
    • Governo Renzi (2014-2016): Guidato da Matteo Renzi e sostenuto da una maggioranza imperniata sul Partito Democratico.
    • Governo Gentiloni (2016-2018): Guidato da Paolo Gentiloni, prosecuzione della maggioranza a guida PD dell’esecutivo precedente.
    • Governo Conte II (2019-2021): Coalizione politica formata dal Movimento 5 Stelle, dal Partito Democratico e da Liberi e Uguali.

    Durata complessiva del centrosinistra nel trentennio

    Considerando anche i primi quattro esecutivi della fine degli anni Novanta, il totale del tempo speso al governo dal centrosinistra sale a circa 13 anni e mezzo complessivi (rispetto agli 8 anni e mezzo calcolati nell’orizzonte degli ultimi vent’anni).

    Il resto del trentennio è stato guidato dalle coalizioni di centrodestra (con i successivi governi Berlusconi e il governo Meloni) e da esecutivi tecnici o di unità nazionale (Dini, Monti, Draghi e Conte I).

    In Italia, la stragrande maggioranza delle riforme comunemente definite “neoliberiste” — caratterizzate da privatizzazioni di aziende di Stato, deregolamentazione del mercato del lavoro e liberalizzazioni — è stata realizzata principalmente dai governi di centrosinistra e dai governi tecnici da essi sostenuti negli anni '90 e Duemila.

    Sebbene l’immaginario collettivo associ il neoliberismo economico alla destra, la destra politica italiana (rappresentata a lungo da Silvio Berlusconi e oggi da Giorgia Meloni) ha storicamente mantenuto una forte matrice corporativa, assistenziale o di difesa degli interessi nazionali, attuando politiche di spesa o tagli fiscali ma meno riforme strutturali di mercato. Il centrosinistra ha invece assunto il ruolo di “modernizzatore” ed esecutore dei vincoli economici necessari per l’integrazione europea e l’accesso all’Euro.

    Il quadro storico si articola attraverso tre grandi pilastri:

    1. La grande stagione delle privatizzazioni (Anni '90)

    Negli anni '90 l’Italia ha avviato il secondo più grande piano di privatizzazioni al mondo dopo il Regno Unito, smantellando il sistema delle partecipazioni statali (IRI).

    • Governo Amato I (1992-1993) e Governo Ciampi (1993-1994):
      Esecutivi tecnici/di transizione appoggiati anche dalle forze che avrebbero costituito il centrosinistra. Trasformarono gli enti pubblici (ENI, ENEL, IRI, INA) in Società per Azioni (SpA), avviando la vendita dei gioielli di Stato.
      Fu il periodo in cui Mario Draghi ricopriva il ruolo di Direttore Generale del Tesoro.

    • Governi dell’Ulivo (Prodi I e D’Alema I, 1996-2000): Sotto la guida del centrosinistra si compì la sostanziale vendita ai privati di colossi strategici come Telecom Italia (1997), Autostrade per l’Italia (1999) e la vendita di importanti quote di ENI ed ENEL. [12, 13]

    1. La flessibilizzazione del mercato del lavoro

    Le riforme volte a introdurre la flessibilità nel mondo del lavoro (spesso contestate dalla sinistra radicale e dai sindacati come precarizzazione) portano firme di centrosinistra:

    • Pacchetto Treu (1997): Introdotto dal Ministro del Lavoro Tiziano Treu (Governo Prodi I), legalizzò per la prima volta in Italia il lavoro interinale e i contratti a tempo determinato flessibili.
    • Jobs Act (2014-2015): Promosso dal Governo Renzi (centrosinistra), ha modificato l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, abolendo il reintegro obbligatorio in caso di licenziamento economico illegittimo per i nuovi assunti e introducendo le tutele crescenti.
    1. Le “Lenzuolate” di liberalizzazioni (2006-2008)

    • Decreti Bersani: Durante il Governo Prodi II, il Ministro dello Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani varò una serie di storiche riforme per aprire alla concorrenza mercati protetti, come la vendita dei farmaci da banco nei supermercati (parafarmacie), l’abolizione dei costi di ricarica telefonica, la liberalizzazione delle licenze dei taxi (parziale) e dei passaggi di proprietà delle auto.

    Perché proprio il centrosinistra?

    Secondo storici ed economisti, il centrosinistra italiano ha sposato tra la fine degli anni '90 e i primi anni 2010 la dottrina della “Terza Via” (simile a quella di Tony Blair nel Regno Unito o di Bill Clinton negli USA). L’obiettivo politico era dimostrare affidabilità internazionale, risanare il bilancio pubblico per entrare nei parametri di Maastricht e modernizzare un capitalismo italiano giudicato bloccato e clientelare.




  • Giuseppe Di Vittorio

    Giuseppe Di Vittorio fu il più carismatico leader sindacale e antifascista della Puglia, rappresentando il principale oppositore storico dello squadrismo agrario guidato da Giuseppe Caradonna e Achille Starace.
    Nato a Cerignola da una famiglia di poverissimi braccianti, Di Vittorio divenne il simbolo del riscatto dei lavoratori della terra. Tra il 1920 e il 1922, guidò la resistenza operaia e contadina contro l’offensiva fascista, pagando un prezzo altissimo in termini di violenza personale.

    Il Duello di Cerignola (1921)

    Il territorio di Cerignola divenne il teatro di uno scontro frontale e spietato tra Di Vittorio (allora segretario della Camera del Lavoro e leader del sindacalismo rivoluzionario) e il Ras fascista Giuseppe Caradonna.

    • La trincea sindacale: Di Vittorio aveva organizzato i braccianti in una rete sindacale solidissima, capace di imporre agli agrari tariffe salariali e orari di lavoro umani.
    • L’agguato elettorale: Durante le elezioni del 15 maggio 1921, le camicie nere di Caradonna scatenarono l’inferno a Cerignola per impedire il voto ai contadini. Di Vittorio fu bersaglio di ripetuti attentati e aggressioni fisiche.
    • L’elezione a deputato: Nonostante le violenze e il sangue versato (8 morti), Di Vittorio venne eletto deputato al Parlamento tra le file dei socialisti (passando poi al Partito Comunista), ottenendo un’immunità formale che i fascisti locali tuttavia ignorarono a più riprese.

    La Resistenza di Bari Vecchia (Agosto 1922)

    Mentre le città della Puglia cadevano una dopo l’altra sotto i colpi dello squadrismo (come Andria sotto la guida di Starace), Di Vittorio firmò il suo capolavoro di resistenza militare e popolare a Bari.

    • L’assedio fascista: Nell’agosto del 1922, migliaia di squadristi guidati da Caradonna e Starace cinsero d’assedio la Camera del Lavoro di Bari, situata nel cuore della città vecchia.
    • La difesa popolare: Di Vittorio, insieme ad esponenti degli Arditi del Popolo (la formazione di difesa proletaria), organizzò i vicoli di Bari Vecchia con barricate, protette da donne, vecchi e bambini del quartiere.
    • La ritirata delle camicie nere: I fascisti, respinti a colpi di pietra e fucilate dai tetti, subirono una clamorosa sconfitta militare sul campo e furono costretti a ritirarsi dalla città vecchia. Fu una delle pochissime vittorie della resistenza armata antifascista in Italia.

    L’Esilio e l’Eredità

    La vittoria di Bari Vecchia fu solo una parentesi: con la Marcia su Roma dell’ottobre 1922 e la successiva instaurazione della dittatura, Di Vittorio fu costretto alla clandestinità e poi all’esilio in Francia e in Unione Sovietica. Combatté anche nella Guerra Civile Spagnola contro le truppe di Franco e Mussolini.
    Nel secondo dopoguerra, Giuseppe Di Vittorio tornò in Italia e divenne il mitico segretario generale della CGIL, firmando nel 1949 il Piano del Lavoro per ricostruire l’Italia partendo dai diritti dei lavoratori e dei braccianti del Sud.

    La resistenza di Bari Vecchia

    La reazione di Giuseppe Di Vittorio ai drammatici fatti di Andria del maggio 1922 si articolò su tre livelli.
    Di Vittorio comprese subito che l’attacco di Achille Starace ad Andria non era una semplice rissa provinciale, ma una strategica operazione militare volta a far saltare l’intera rete sindacale della regione.

    1. La denuncia e l’ispezione a sorpresa

    Nonostante fosse nel mirino delle camicie nere e rischiasse la vita a ogni spostamento, Di Vittorio volle recarsi personalmente ad Andria nelle ore immediatamente successive all’assalto squadrista.

    • Il sopralluogo clandestino: Eludendo i posti di blocco fascisti e la vigilanza della polizia (spesso complice degli squadristi), entrò in città per verificare l’entità dei danni alla Camera del Lavoro e raccogliere le testimonianze dei braccianti e dei dirigenti locali costretti alla fuga.
    • La controffensiva giornalistica: Di Vittorio firmò una serie di durissimi articoli e resoconti per la stampa di sinistra (tra cui spicca l’inchiesta «La verità sui fatti di Andria»). Denunciò pubblicamente il modus operandi di Starace, svelando come le dimissioni forzate della giunta socialista fossero state estorte con la tortura e la minaccia delle armi, e non per via di una reale “volontà popolare” come professava la propaganda fascista.
    1. La rottura delle illusioni parlamentari

    In quel momento, Di Vittorio era un deputato del Parlamento italiano. I fatti di Andria – uniti alle violenze subite dalla sua Cerignola – lo convinsero definitivamente dell’inutilità delle sole vie legali e istituzionali per arginare lo squadrismo.

    • Constatando la totale passività (e talvolta il favore) delle forze dell’ordine statali durante l’assedio di Andria, Di Vittorio comprese che lo Stato liberale stava abdicando.
    • Questa consapevolezza lo spinse a teorizzare la necessità di un’opposizione fisica e militarmente organizzata sul territorio. Non si poteva più rispondere alla violenza delle camicie nere con i semplici scioperi pacifici.
    1. La lezione di Andria applicata a Bari Vecchia

    La reazione più efficace ed emblematica di Di Vittorio ai fatti di Andria fu di tipo pratico e logistico. L’esperienza andriese gli servì da lezione per preparare le successive barricate:

    • Anticipare il nemico: Capito che la strategia di Starace e Caradonna consisteva nell’isolare i centri operai per poi espugnarli con colonne di camion, Di Vittorio concentrò le forze rimaste a Bari, trasformando la Camera del Lavoro e i vicoli della città vecchia in una vera e propria fortezza.
    • Coinvolgimento totale della popolazione: Ad Andria i fascisti avevano terrorizzato la cittadinanza isolando i singoli leader. A Bari, Di Vittorio applicò una strategia opposta, coinvolgendo attivamente l’intera comunità (donne, artigiani, anziani e i militanti degli Arditi del Popolo) nella difesa urbana.

    Questo cambio di passo strutturale, dettato proprio dalla rabbia e dall’analisi dei fatti di Andria, permise a Di Vittorio di guidare con successo la storica resistenza di Bari Vecchia nell’agosto del 1922, dove le squadre di Caradonna e Starace subirono la loro più bruciante sconfitta tattica.

    L’alleanza tra Giuseppe Di Vittorio e gli Arditi del Popolo rappresentò l’unico tentativo strutturato e militarmente organizzato di opporre una resistenza armata allo squadrismo fascista in Puglia. Questa collaborazione toccò il suo culmine nell’agosto del 1922 con la leggendaria difesa di Bari Vecchia, dove le camicie nere subirono una storica sconfitta sul campo.

    Chi erano gli Arditi del Popolo?

    Nati a Roma nell’estate del 1921 su iniziativa dell’ex ufficiale d’assalto Argo Secondari, gli Arditi del Popolo furono la prima organizzazione antifascista paramilitare d’Italia. Erano composti principalmente da ex combattenti della Prima Guerra Mondiale, anarchici, comunisti e socialisti. A differenza dei partiti della sinistra ufficiale, che predicavano la non-violenza o la legalità istituzionale, gli Arditi del Popolo rispondevano allo squadrismo con le stesse tattiche militari: armi, pattugliamenti e barricate.

    L’incontro con Di Vittorio in Puglia

    Giuseppe Di Vittorio, profondamente segnato dalle sconfitte sindacali di Cerignola e Andria, comprese che l’unico modo per salvare il movimento operaio pugliese era la difesa attiva. In Puglia, e in particolare a Bari, Di Vittorio favorì e coordinò l’integrazione tra la base dei sindacati tradizionali (le Camere del Lavoro) e le sezioni locali degli Arditi del Popolo.

    • Inquadramento militare: Di Vittorio mise a disposizione le strutture logistiche sindacali per permettere agli Arditi del Popolo di organizzare la resistenza.
    • Superamento delle divisioni: Mentre a livello nazionale i vertici del Partito Comunista d’Italia (guidati da Amadeo Bordiga) diffidavano degli Arditi del Popolo e vietavano ai propri iscritti di aderirvi, Di Vittorio ignorò le direttive centrali in nome dell’unità d’azione sul territorio.

    Il capolavoro tattico: Le barricate di Bari Vecchia (Agosto 1922)

    Dall’1 al 5 agosto 1922, l’Alleanza del Lavoro proclamò uno sciopero legalitario in tutta Italia. I Ras fascisti Giuseppe Caradonna e Achille Starace radunarono migliaia di squadristi per espugnare Bari, l’ultimo grande centro pugliese non ancora piegato. Di Vittorio e il comando locale degli Arditi del Popolo decisero di non cedere e trincerarono la Camera del Lavoro all’interno di Bari Vecchia.
    La difesa venne pianificata nei minimi dettagli dagli Arditi del Popolo applicando le regole della guerriglia urbana:

    • Fortificazione dei vicoli: Gli ingressi al quartiere storico vennero sbarrati con barricate fatte di carri, massi e mobili.
    • Postazioni sopraelevate: Gli Arditi del Popolo si posizionarono sui tetti e sui balconi delle case, armati di fucili, pistole e bombe a mano risalenti alla Grande Guerra.
    • Coinvolgimento del popolo: Di Vittorio coordinò la popolazione civile. Le donne del quartiere bollivano olio e acqua da gettare dalle finestre sugli squadristi, mentre i ragazzini fungevano da staffette per trasportare munizioni e informazioni tra le varie barricate.

    La rovinosa ritirata fascista

    Per cinque giorni, le colonne fasciste tentarono ripetutamente di sfondare le difese di Bari Vecchia. Ogni assalto guidato da Caradonna venne respinto dal fuoco incrociato e preciso degli Arditi del Popolo e dalla fiera resistenza popolare. Subite pesanti perdite e l’umiliazione del fallimento militare, le camicie nere furono costrette a ritirarsi dal centro storico.
    Fu una vittoria clamorosa ma effimera: pochi mesi dopo, con la Marcia su Roma e l’appoggio formale dello Stato e dell’esercito, il fascismo prese il potere totale, sciogliendo con la forza sia gli Arditi del Popolo che le Camere del Lavoro.

    #squadrismoagrario #starace #caradona #divittorio #fascismo #Bienniorosso

    @storia




  • @macfranc @politica
    E perderà alle elezioni successive. Se vuole sopravvivere oltre i pochi anni di governo il PD, a parere mio ha due opzioni:

    1. Spostarsi completamente al centro diventando una sorta di nuova DC
    2. Dare spazio alle istanze della società: lavoro, casa, salute, istruzione, diritti costituzionali a 360°. Cioè a quello che chiede la sinistra. Qui non si tratta di rivoluzione bolscevica, e neppure francescana 😉😂. Si tratta di scegliere quale indirizzo dare all’economia: dei capitalisti o dei cittadini. Si tratta di portare a compimento la nostra Costituzione su lavoro, salute, dignità diritti etc: i primi 12 articoli ancora disattesi.